Max Giacometti: metodo e apertura sono la chiave del successo

Giovane ingegnere elettronico tra Italia ed Europa.

Pubblichiamo l’intervento di Massimiliano Giacometti, giovane ingegnere elettronico, che racconta la sua esperienza di lavoro tra Italia ed Europa. Tanti spunti interessanti per i giovani italiani che faticano a trovare la propria strada nel mondo del lavoro.

Aprile 2006. A 26 anni mi trovo con in mano un’ottima laurea (lode in ingegneria elettronica) e, come molti, specialmente se si ha avuto la fortuna di non aver dovuto lavorare per pagarsi gli studi, disoccupato. Parzialmente disoccupato: ho ottenuto praticamente subito una borsa di studio di 6 mesi, durante i quali mi sono potuto guardare intorno.

Che lavoro cercare? Entusiasta per il lavoro fatto durante la tesi volevo continuare lungo quel percorso, consapevole che questo volesse dire andare via da Parma (che non offre praticamente niente in ambito microelettronica e telecomunicazioni). Ho fatto quindi qualche colloquio, per lo più a Milano, e non li ricordo come niente di entusiasmante: il processo di selezione andava avanti, ero sicuro che la mia fosse una buona candidatura, non avevo paura che non mi assumessero ma non era quello che cercavo.

A settembre il mio relatore mi mette in contatto con un’aziendina d’oltralpe con cui ha lavorato e in poche settimane si firmano tutte le carte per iniziare il mio stage. Ricordo come fosse ieri il momento in cui mi sono imbarcato sull’aereo per la Francia. “Qui si decide il mio futuro”, pensavo mentre varcavo il gate del Guglielmo Marconi.

Un anno in un’azienda piccola e dinamica, con fortissimi legami sia col mondo dell’università che con l’industria, mi ha dato molto: metodo, conoscenze, esperienze pratiche, capcacità di relazione… Forse anche perché un neolaureato è come un neonato nel mondo nel lavoro e assorbe un sacco di informazioni in pochissimo tempo.

Dopo un anno però è arrivato il momento di tornare a casa, non essendoci la possibilità di un rinnovo immediato del contratto. Poco male, la vita in una modesta cittadina francese mi stava cominciando ad annoiare.

In due mesi ho trovato un contratto di 6 mesi per una società di consulenza di Milano. Il contratto in sé era nella media, ma l’azienda mi metteva a disposizione un appartamento, che specialmente a Milano non è economicamente trascurabile. Ho iniziato lavorando ad un progetto interno all’azienda, che non era quello a cui aspiravo ma che è stato molto più piacevole del previsto: ero in un team piccolo, giovane, fatto da ragazzi simpatici e preparati, ben organizzati. E all’orizzonte si profilava la molto allettante possibilità di lavorare per un leader dei sistemi in fibra ottica. Tanto era l’entusiasmo per questa possibilità quanto è stata la delusione successiva. Sei mesi presi e buttati: tre a leggere documenti su documenti e giocare con i software di progettazione in attesa che il project leader trovasse qualcosa da farmi fare e tre passati a fare un lavoro da scimmia. No, decisamente non faceva per me.

Per cui ho cercato ancora, e ho trovato una piccola azienda, sempre del milanese, che progetta sistemi per digitale terrestre, satellitare, internet tv. Bello! E il capo è sufficientemente illuminato da lasciarmi lavorare da casa. Bellissimo! Per due anni faccio un lavoro che mi piace, posso dire la mia, sia nell’ufficio tecnico che coi clienti, mi assumo le mie responsabilità; in pigiama.

L’impressione era però che l’azienda fosse disordinata e non crescesse, non evolvesse, non correggesse gli errori, non rischiasse, vivesse giorno per giorno, senza sogni e visioni sul futuro. E un ambiente del genere, in cui, devo dire, ho imparato molto, cominciava a starmi stretto.

Ho cercato di reagire cercando di mettere in piedi qualcosa per conto mio. Nel tempo libero ho iniziato una collaborazione con l’università, grazie ai buoni contatti che ho sempre tenuto col mio relatore, ed ho ricominciato a inviare le mie candidature spontanee, in Italia e in Europa.

In Italia ho trovato società interessate, ma le procedure e i tempi di selezione sono stati così lunghi (6 mesi) da arrivare fuori tempo massimo.
Per il resto ho ricevuto un’offerta da una società inglese (non interessante economicamente, molto interessante professionalmente) e una da un libero professionista italiano, che da 10 anni lavora a Monaco e che ha fatto da tramite per una grossissima industria di microprocessori. Azienda prestigiosa, ottimo contratto, bella città, dimensione iternazionale: ho accettato al volo.

Che dire, qui ci si sta decisamente bene, in ufficio e fuori.
Forse i tedeschi (e gli americani, i cinesi, gli inglesi… dato che ho colleghi e amici che vengono da tutto il mondo) sono più bravi e intelligenti degli italiani?

Bah, questa è una stupidata; ho conosciuto tante persone eccezionali quante persone insignificanti venire da qualsiasi parte del globo. La grossa differenza rispetto a quello che ho trovato in Italia è che qui si lavora sì, ma senza la costante sensazione di essere con l’acqua alla gola, c’è ordine e organizzazione, ognuno ha i propri compiti e le proprie responsabilità, i contributi personali sono incentivati.

Si discute come procedere tutti insieme, si controlla settimanalmente lo stato dei progetti, così da evitare sorprese. E anche il fatto di avere un ambiente di lavoro multiculturale (su 30 colleghi il 50% è straniero, non ho mai visto niente di lontanamente paragonabile in Italia) credo sia estremamente stimolante.

In estrema sintesi: metodo e apertura sono la chiave del successo.
Saremo capaci di importare questo metodo in terra nostrana?

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